Di cosa ci stiamo lamentando?
Di un virus invisibile che può contaminarci?
Delle code per il tampone?
Della insufficiente scorta di vaccino anti influenzale?
Dei figli che non possono andare a scuola?
Di non riuscire a prendere il bonus?
Di dover restare a casa per un nuovo lock down?
Ma siamo onesti una volta per tutte: lamentarsi, dopo il calcio, è lo sport preferito degli italiani.
Lamentarsi è troppo facile e poi lo si può fare da soli o in compagnia, al bar o in auto se c’è traffico, se il cassonetto è pieno o se l’autobus non arriva, se pesti una cacca di cane o se l’ultima confezione di Lines che usi sempre l’ha presa la cliente davanti a te.
E poi vuoi mettere la comodità di trasformare la lamentela in un vero e proprio sfogo di rabbia con tanto di bestemmia accompagnatoria per un momento liberatorio di catartica valenza?
Però parliamoci chiaro; questa non è una critica al carattere sociale degli italiani (non tutti grazziaddio).
Anzi per certi versi è una sorta di giustificazione per essersi abituati nel tempo (anzi rassegnati) a doversi confrontare con quel muro di gomma che li circonda e infine accontentarsi di una lamentela.
Non scandalizzi il termine “giustificazione”.
Se si fa un passo indietro nella storia, o meglio sarebbe una passeggiata, si scoprirebbe che il popolo italico ha sempre dovuto sopportare ogni sorta di sopruso, di imposizione, di prevaricazione, di sottomissione, di forzatura e soprattutto di ingiustizia.
Se ne accorsero perfino i romani antichi che in un momento di grande civiltà decisero necessario stilare le regole del diritto per un civile vivere sociale, in dodici tavole esposte al Foro per pubblica conoscenza.
E per un po’ le cose andarono abbastanza bene fin quando per varie ragioni il potere finì in mano della chiesa e con essa le nuove regole soppiantarono il vecchio Diritto Romano.
Da quel momento solo le anime avevano diritto alla salvezza, sempre che avessero riscosso i favori divini con il credo e la sottomissione alla fede. Per tutti gli altri infedeli c’era la Santa Inquisizione e il rogo.
L’individuo come elemento sociale aveva lo stesso valore della nullità.
E così fu per secoli fin quando non vennero gli ottomani che per oltre tre secoli tentarono di fare piazza pulita, ma dovettero scontrarsi con i longobardi e poi con i galli di Carlo Magno e poi…la storia la sapete.
Abbiamo avuto i Borboni, abbiamo avuto i francesi, gli svevi in Sicilia e prima ancora i normanni.
Abbiamo avuto il re e poi il duce e la chiesa che comunque continuava a tirare le fila di un potere nascosto ma formidabile, tanto da essere immune da ogni attacco.
Perso il potere temporale, mantiene tuttora quello spirituale.
E in mezzo a questo trambusto di contese per ritagliarsi comunque una fetta di poltrona il popolo ne ha sopportate di ogni specie.
Battaglie e guerre sono state combattute un po’ ovunque sulla patria terra, ma la lotta al potere si è sempre svolta nei palazzi romani.
Una torta troppo appetitosa a cui hanno banchettato soprattutto le famiglie nobili d’un tempo come gli Orsini, i Tuscolo, i Colonna, i Farnese, i Piccolomini, i Crescenzi, gli Anguillara, i Caetani, i Savelli, i Frangipane, gli Ottaviani e molte altre la cui maggiore ambizione era di avere qualcuno dei loro rampolli divenire cardinale o addirittura assurgere al soglio pontificio, molti dei quali raggiunsero lo scopo.
E in questa contesa il popolo romano è stato lasciato in abbandono tanto che fino al IX secolo Roma contava circa 150 mila abitanti a dispetto del suo grandioso passato (si pensi che nel suo maggior splendore in epoca romana ne aveva circa un milione). Roma era ridotta un merdaio in mano a un clero ricco e corrotto che nulla fece per il suo popolo, con prelati e porporati che pensavano solo a riempirsi le loro tasche.
È d’obbligo evidenziare che a quei tempi tutte le strade romane erano fangose d’inverno e polverose in estate e lungo i lati scorrevano rivoli di putride acque nere perché non esistevano fognature ad esclusione della Cloaca Maxima risalente all’epoca romana. Le abitazioni popolari erano prive di bagni.
Verso la fine del 1500, sotto il Papa Sisto V, fu lastricata la prima strada con i famosi sampietrini.
Si può immaginare che dopo aver avuto una storia così tragica prolungatasi per oltre dieci secoli, il popolo romano abbia dovuto affrontare le sfide più ardue per poter sopravvivere in una città divenuta inabitabile sotto ogni aspetto: sociale, lavorativo, ambientale, economico, amministrativo e politico, a differenza di Firenze che invece sotto i Medici fiorì dove Roma aveva fallito, soprattutto dal punto di vista della cultura e dell’arte.
Queste orrende e abominevoli vicissitudini ne hanno plasmato un carattere sociale di grande adattabilità ma anche di estrema diffidenza, per via del terrore e della povertà che furono imposti con ogni mezzo tanto da indurre ogni individuo a ricorrere all’arte di arrangiarsi.
Ne sono prova evidente le innumerevoli costruzioni abitative che furono realizzate con materiali di recupero a ridosso delle mura romane, dei ruderi del foro, della Rupe Tarpea al Campidoglio e di ogni altra struttura preesistente che potesse garantire una adeguata solidità, in primis il Teatro di Marcello.
Alla stregua degli sfregi a danno dell’archeologia che il papato aveva provocato prelevando dal Foro Romano e da altre importanti strutture grandi quantità di marmo per abbellire la Basilica di San Pietro, il popolino ne seguì l’esempio prelevando dai ruderi mattoni e altri laterizi da riutilizzare per le proprie baracche.
L’arte di arrangiarsi non si è limitata alle sole opere manuali ma anche alla necessità di risolvere con ogni mezzo gli infiniti ostacoli che si incontravano nel quotidiano. Da qui le famose conoscenze, le mazzette, i favoritismi, il nepotismo e quant’altro giovasse al raggiungimento dell’obiettivo.
Questo malcostume preso in prestito, o meglio copiato dall’andazzo papalino si è consolidato nel tempo resistendo fino ai giorni nostri. Così è possibile ritrovare molti comportamenti disdicevoli in alcune azioni attuali come ad esempio l’abusivismo.
In ultima analisi, se ci sono dei comportamenti che segnano un grado di civiltà fortemente inadeguato ai nostri giorni, lo si deve ad un passato non troppo lontano durante il quale il potere ha approfittato in ogni modo delle sue prerogative in maniera egoistica e tutt’altro che democratica a discapito della gente comune obbligata all’analfabetismo e alla povertà.
Il fatto che ora tutti auspichino una svolta positiva è un segnale che lascia sperare in una volontà collettiva di cambiamento.
Ma a questa va necessariamente affiancata la conoscenza, e cioè scoprire da dove ha avuto origine il male che si vuole combattere ed eliminare.
Perciò è importante ripercorrere la storia passata, per capire come si manifestano certi fenomeni e al tempo stesso per far sì che non si ripetano evitando di scambiare lupi vestiti da pecore.
E con il tempo, alla fine tutti i nodi vengono al pettine.
22-10-2020